Quanto è importante avere una metodologia progettuale contemporanea in grado di supportare la coesistenza degli organismi viventi che affrontano il cambiamento climatico? L’esperienza della nostra piccola comunità resiliente in tempo di crisi globale.

di Annacaterina Piras, Emanuela Paglia.

Così come non è possibile parlare di città senza pensare alle comunità che le compongono, non è possibile parlare di resilienza del paesaggio senza passare per l’inclusione sociale.

Oggigiorno i nostri paesaggi anche culturali non sono più soltanto la stratificazione di quel sofisticato mosaico socio-ecologico che è andato sovrapponendosi nel tempo, ma sono il risultato di un turbinio di flussi di genti, merci e servizi che li attraversano, lasciandovi una moltitudine di segni aperti, più che mai, alle molteplici interpretazioni.

Nell’ambito delle discipline progettuali, si assiste sempre più a un rifiorire e a un proliferare di pratiche partecipate, che contribuiscono alla ricerca impellente e spasmodica di risposte in merito alla costruzione comunitaria di luoghi di senso, caratteristica imprescindibile del progetto contemporaneo.

Pensando a una sorta di rinascimento nell’ambito del paesaggio urbano-rurale, il lavoro di LWCircus, si incentra sulla sperimentazione progettuale, attraverso linguaggi artistici e multimediali, che grazie al mezzo dell’arte nel paesaggio, possano ridare senso ai luoghi e ricostruire quelle modalità di vivere tipiche dei tempi in cui le comunità contribuivano fattivamente alla costruzione dei paesaggi culturali.

In questo senso si indirizza, da qualche anno la nostra ricerca che vede, attraverso una fitta collaborazione, le comunità locali con le loro minoranze lavorare nell’ambito di paesaggi urbano-rurali, in contesti di pregio e non, per la condivisione e la costruzione di luoghi di scambio e interazione, verso l’inclusione sociale.

Lo scorso luglio 2020, la nostra comunità, composta da artisti, curatori, architetti, paesaggisti, fotografi e filmmaker, per dare il proprio contributo all’interno del dibattito sul futuro post Covid-19 delle discipline progettuali, in particolare in ambito paesaggistico/architettonico. Decidendo di mettersi alla prova, si è trasformata in equipaggio e si è imbarcata salpando alla volta di un tratto del mare Nostrum tra Corsica e Sardegna da sempre crocevia di scambi e migrazioni di genti, di specie botaniche e animali.

Approdato su una piccola isola, un tempo presidiata dai benedettini e ultima propaggine, a nord, dell’arcipelago sardo-corso, l’equipaggio di LWCircus, si è confrontato in modo serrato con il respiro dell’isola. Per cercare di capire fino in fondo come si divenga comunità, quali sono le relazioni che questa attua, come agisce, quali capacità sviluppa e come risponde ai cambiamenti.

Perché, dunque, il respiro e, perché, dunque la comunità? Ebbene, perché la pandemia, che sta attanagliando la Terra, ci ha dato modo di afferrare, finalmente, che ogni cosa è sottoposta a quel movimento ritmico e che, dunque, respira il macro e pure il micro; così come ha chiarito che gli esseri umani, per essersi separati dal ritmo del mondo, hanno alterato e distrutto la rete intessuta, fin dalle origini, per la vitale convivenza collettiva.

L’isola ci ha dato modo di affrontare un processo metodologico che è di contenuti. Partito dall’ascolto del proprio respiro e di quello intorno a sé, ha poi agito per attivare un processo di riappropriazione del senso più profondo della memoria del luogo. In tale modalità è stato possibile stabilire una connessione intima con esso.

Il nostro gruppo si è insediato in una piccola radura di quel paesaggio di granito e di gneiss da cui emerge la flora della macchia mediterranea costituita in prevalenza da Myrtus communis, Juniperus phoenicea, Tamarix gallica, Pistacia lentiscus, Juncus acutus, Helycrisum italicum e di Sedum. Là, nella piena consapevolezza della propria fragilità, si è spogliato dei propri retaggi culturali disciplinari assecondando la vocazione del luogo. Ha atteso nell’oscurità dell’intrico della vegetazione, ha sistemato rami per far penetrare la luce, ha osservato i secolari ginepri attaccati dai licheni.

Le caratteristiche dello spazio interno erano quelle di una cupola di verzura, un rifugio perfetto da dove ripartire per ritrovare nuovi riferimenti per i rispettivi ambiti disciplinari.

Il luogo ha suggerito come procedere, ha innescato un processo dialogico, adattivo e simbiotico. Ha permesso di agire negli spazi aperti e di intervenire fisicamente sui pieni, lavorando per sottrazione invece che per addizione.

Il processo di attenta osservazione del luogo ha permesso di coglierne ogni tipo di suggestione, quella scaturita dalle visuali aperte verso lo zenit e l’orizzonte (puntando a nord verso la Corsica) o quella di un ginepro piegato verso il suolo che invitava a distendervisi per rilassare mente e corpo.

La tappa successiva di questo processo è stata metterci in relazione con l’isola, consolidando l’entrata di quello spazio attraverso rami caduti e pietre granitiche. Abbiamo realizzato aperture circolari, ottenute dalla sapiente potatura dei ginepri, e composto, con i legni consegnati dalla spiaggia, un giaciglio ove poter godere dell’eccezionale locus amoenus per contemplare lo spazio circostante.

Crediamo nell’urgenza del silenzio di sé per poter innescare un processo di ascolto del respiro del mondo. Si tratta di una modalità che rende possibile il passo successivo ovvero quello dell’avvio di un dialogo. Questo condurrà a future scelte resilienti nelle quali il movimento ritmico del suolo, della vegetazione e degli elementi naturali parteciperanno a quello dell’essere umano.

In questo senso il progetto è in continua evoluzione, ponendosi in forme di successivi stadi di equilibrio temporaneo, dando l’opportunità di intervenire in tempi successivi, sempre dialogici e, quindi, adattativi alle condizioni di crisi. Si tratta di “ecologia umanistica”? Si tratta di privilegiare un approccio progettuale transdisciplinare sistemico e inclusivo, di considerare tutti gli elementi naturali, dall’umidità, ai venti e alle esposizioni solari, dagli organismi biotici a quelli abiotici, dai micro ai macrorganismi; si tratta di comprendere che l’essere umano è parte, solo parte, di un unico respiro.

È necessario un cambio di paradigma che suggerisca nuove metodologie progettuali del paesaggio, sia esso naturale, rurale o urbano. Tale nuova metodologia progettuale permetterà l’accoglienza, l’adattabilità e la simbiosi con il pianeta.

 

Credits Immagini
SailingLab020|Brain Storming Comunità Creativa – foto Chiara Baldi
SailingLab020|Approcciando il luogo – foto Andrea Faggioni
SailingLab020|Test dei materiali rinvenuti in loco – foto Andrea Faggioni
SailingLab020|Design Process – foto Chiara Baldi

Slide 17. mostra internazionale di architettura
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